L‘’intervisione è un metodo di supporto di gruppo che può fungere da sostegno psicologico e operativo per i professionisti della salute e dell’assistenza psico-sociale operanti sul territorio o nelle istituzioni, avendo la potenzialità di mobilizzare nel gruppo un clima di apprendimento cooperativo capace di offrire valide strategie di ricerca e di intervento sui casi in carico e sulle situazioni di criticità, oltre che di promuovere un accrescimento dell’esperienza e una crescita professionale e personale.

Nel gruppo di inter-visione guidato i partecipanti, affiancati da un consulente nel ruolo di facilitatore, hanno la possibilità di raccontare i “casi scottanti” in un clima di attenzione, rispetto e benevolenza, e di utilizzare le opportunità di confronto, mentalizzazione e supporto tra pari per imparare ad affrontare quei casi in modo più efficace e consapevole, con meno stanchezza e con minori costi emotivi.

Questo metodo si fonda su 3 pilastri:

1. Verbalizzazione: mettere in parole l’esperienza di disagio o la vicenda traumatica le rende più tollerabili e più trattabili (cfr. le ricerche sulla “medicina narrativa” e gli studi delle neuroscienze sugli effetti delle parole su struttura e funzione cerebrali)

2. Condivisione: parlare dell’esperienza in un gruppo di colleghi permette il confronto con le esperienze altrui, la riduzione della vergogna, della colpa, della solitudine o della rabbia (anche solo col rendersi conto che non si è gli unici ad aver provato quelle cose) e anche il trasferimento di soluzioni e strategie di coping.

3. Apprendimento sull’uso delle emozioni nella pratica clinica: il lavoro di gruppo aiuta a scoprire che le emozioni (del paziente come del curante) anche se possono creare problemi sono “intelligenti”, cioè che se si riesce a tollerarle e ad esplorarle forniscono orientamenti e informazioni preziose su ciò che sta accadendo nella relazione di cura.

Caratteristiche e compiti del gruppo

  • Partecipanti: da un minimo di 6 a un massimo di 12 (gruppi più numerosi rischiano di essere dispersivi o difficili da gestire).
  • Il gruppo sarà a struttura omogenea per il comune lavoro di aiuto a persone malate o in difficoltà, e potrà esserlo anche quando abbia una composizione eterogenea per la presenza di diverse figure professionali.
  • Il gruppo sarà preferibilmente chiuso, con un turnover molto limitato e a scadenze prefissate (ad es. dopo 6 mesi); un gruppo aperto, dove le persone possono uscire o entrare in qualsiasi momento, rischia di non permettere che si creino legami di fiducia e sentimenti di sicurezza e stabilità.
  • La continuità del gruppo è essenziale per lo stabilirsi di un clima di stabilità e di fiducia: vanno previsti cicli, anche ripetuti, di 6-10 incontri come minimo, con cadenza da settimanale a mensile, della durata di 1 ora e mezza / 2 ore
  • Nel gruppo non c’è un supervisore o un conduttore esperto; al loro posto è presente in affiancamento ai membri del gruppo un facilitatore, ruolo che può essere svolto da un membro del gruppo stesso oppure da un consulente esterno.
  • Al suo esordio il gruppo inizia con una presentazione del metodo da parte degli organizzatori o dei facilitatori, e una presentazione dei partecipanti quando non facciano tutti parte di uno stesso team operativo.
  • In ogni singola sessione un componente del gruppo a rotazione espone un caso/problema di particolare rilevanza in quel momento del proprio lavoro, privilegiando casi clinici problematici o situazioni critiche che hanno creato al presentatore stress e difficoltà, di tipo sia tecnico che emotivo. La presentazione, nel totale rispetto della privacy dei pazienti, sarà di tipo narrativo, basata sulla memoria del presentatore e fuori dagli schemi tipici del report sanitario, senza supporti come cartelle cliniche o slides.
  • La presentazione fruisce di una finestra temporale ben definita, durante la quale chi presenta il caso deve poterlo fare senza essere interrotto da osservazioni o domande, per le quali ci sarà tempo in seguito. Gli altri membri del gruppo sono chiamati ad ascoltare con attenzione e rispetto e, terminata la presentazione, a intervenire condividendo le proprie fantasie e risonanze emotive, le proprie opinioni e le proprie ipotesi di lavoro. Ci si attende che ogni membro del gruppo esprima il proprio punto di vista ed ascolti quello altrui, portando la propria esperienza emotiva ed accogliendo quella degli altri.
  • Il gruppo di intervisione è strutturato come un confronto e un supporto “tra pari”, dove la pariteticità – che non vuol dire eguaglianza dato che nel gruppo ci sono spesso professioni ed esperienze diverse – è una condizione più mentale che concreta perché implica per i partecipanti il porsi sullo stesso piano senza gerarchie professionali o il potere degli “esperti”.
  • Il gruppo è quindi autogestito dai partecipanti con una responsabilità condivisa per il suo funzionamento: ogni membro del gruppo si assume la responsabilità di prendervi parte attivamente e con assiduità.
  • Il gruppo è un aiuto a pensare, un contenitore dedicato alla riflessione, alla discussione, alla condivisione e al confronto, che offre stimoli, possibilità di sostegno e di sperimentazione di possibili idee e progetti. Ciò è reso possibile dall’accordo collettivo ad astenersi da giudizi, critiche ed interpretazioni, che trasforma il gruppo in uno spazio protetto e sicuro.
  • Il focus del discorso è posto sulle emozioni legate alla relazione con il paziente ed al lavoro di cura, quelle negative e dolorose ma anche le emozioni positive e le esperienze piacevoli. In ogni caso la negatività dell’esperienza riportata (errori, insuccessi, crisi, impasse emotive ecc.) non è un impedimento o un motivo di biasimo: la sua condivisione in assenza di giudizio la trasforma in un’opportunità di apprendimento collettivo, così come sono occasioni di apprendimento anche le differenze di esperienza, di punti di vista, di orientamento teorico.

Obiettivi del gruppo di inter-visione

  • Scambio di conoscenze ed esperienze attraverso il rispecchiamento nell’esperienza dell’altro (v. empatia, neuroni-specchio), che favorisce per i membri del gruppo un percorso di crescita sia professionale sia personale
  • Co-costruzione di un “disegno del problema”, grazie all’allargamento della cornice di osservazione legato alla molteplicità dei punti di vista, che consente uno sguardo d’insieme sul problema da parte del gruppo e una riflessione orientata alla ricerca di soluzioni alle difficoltà riportate
  • Accoglienza, ascolto e sostegno reciproco (una specie di auto mutuo aiuto tra professionisti) attraverso lo sviluppo di sentimenti di unione e comunanza che aiutano a non sentirsi soli nella gestione delle emozioni proprie e altrui o a rassicurarsi sul proprio valore professionale
  • Aumento della consapevolezza su ruolo, contesto e problema, in particolare per quel che riguarda i limiti, i vincoli, le possibilità di interventi e di soluzioni
  • Aumento del benessere per riduzione dello stress e della fatica del compito di cura e per effetto della creazione di una rete professionale e culturale.

Gli incontri di intervisione sono momenti di particolare utilità, in cui i vissuti emotivi e gli aspetti teorici e tecnici emersi dalla condivisione di un caso clinico trovano nel gruppo un luogo di approfondimento e di creazione di senso. Il presentatore ne trova giovamento e di conseguenza questo ha effetti positivi sul paziente e sulla relazione terapeutica. Ma anche tutti coloro che partecipano agli incontri ne escono arricchiti e con spunti di riflessione importanti da tenere in considerazione nella propria esperienza professionale.

In definitiva questi gruppi sono un’occasione importante per

  • sperimentare nuove possibilità di autoformazione
  • ridurre la solitudine professionale
  • arricchire la pluralità dei punti di vista
  • apprendere tecniche e strumenti dai più diversi orientamenti teorici
  • migliorare la capacità di stare in ascolto dei propri clienti/pazienti e di stabilire e mantenere una efficace alleanza di lavoro
  • costruire e condividere strategie per gestire i “pazienti (o le situazioni) difficili”
  • ridurre la fatica del compito di cura, contenere lo stress e prevenire il burnout.

I gruppi di intervisione qui descritti, basati su un approccio di tipo psicodinamico /sistemico, si differenziano da quelli noti come “gruppi di supervisione”, con i quali sono peraltro pienamente integrabili.

Differenze con la supervisione

È esperienza comune, per un terapeuta che si trovi ad affrontare un caso complesso, richiedere un confronto ad altri colleghi. Questo confronto può avvenire secondo due modalità: la supervisione e l’intervisione. Quando si parla di supervisione, in genere si fa riferimento a una relazione tra due o più professionisti, uno dei quali è più esperto, che riflettono insieme riguardo al lavoro del meno esperto (o di un gruppo di meno esperti), con l’obiettivo di migliorare la qualità delle cure prestate e le capacità professionali del terapeuta (o del gruppo di terapeuti). Il concetto di intervisione implica invece un contesto nel quale più professionisti, con un livello di preparazione equivalente o anche diverso, riflettono intorno alle loro prassi, supportandosi reciprocamente nel miglioramento delle proprie competenze e nella qualità della vita lavorativa, eventualmente con l’aiuto di un facilitatore, che però non si pone come “l’esperto”.

Ecco alcune caratteristiche distintive della supervisione, che la differenziano dall’intervisione:

  • Nella supervisione esiste una figura sovraordinata, il supervisore, concepito come “esperto” e ritenuto in grado di aiutare il terapeuta (o il gruppo) da un punto di vista tecnico-diagnostico.
  • Il processo di supervisione in teoria si può esaurire in un singolo incontro o in 2-3 sedute, a fronte di un bisogno specifico ed episodico, e quindi può anche non assumere quella dimensione di continuità che è invece caratteristica dei gruppi di intervisione.
  • Nella supervisione di gruppo il supervisore si basa sulle proprie teorie di riferimento che vengono accettate dal gruppo.
  • Nella supervisione c’è una maggiore attesa di risoluzione dei problemi da parte dei partecipanti che possono avere nei confronti del supervisore delle aspettative magiche e un atteggiamento di dipendenza.
  • Il supervisore ha anche un ruolo di moderatore/interprete delle dinamiche interpersonali che si possono creare all’interno del gruppo.
  • Può accadere che il supervisore dia un giudizio valutativo dell’operato di un membro del gruppo.

Rischi

Il processo di intervisione come tutte le situazioni relazionali e terapeutiche comporta anche dei rischi: potrebbe, ad esempio, esitare in sessioni di gossip o di lamentele tout court, proprio per la dimensione confidenziale che il gruppo può assumere nel corso del tempo, un rischio che tuttavia può essere contenuto dalla struttura e dal setting del gruppo, che anche il facilitatore può contribuire a mantenere. Inoltre potrebbero esserci situazioni di impasse emotiva dovute a questioni (pratiche o metodologiche) che potrebbero non essere affrontabili se all’interno del gruppo non ci sono risorse o competenze sufficienti, da un punto di vista tecnico-esperienziale; in questo senso è fondamentale che nel lavoro di intervisione ci si misuri con problemi e difficoltà che siano realisticamente affrontabili con le risorse effettive a disposizione del gruppo, anche per evitare il pericolo di vederlo trasformarsi in una riunione “sindacale”.

Occorre fare attenzione alle dinamiche interpersonali che potrebbero influire sulla qualità dell’intervisione, soprattutto nei gruppi di lavoro naturali dove possono annidarsi antiche tensioni e rivalità, ma anche in quelli tra soggetti che non lavorano insieme: pensiamo ad esempio a personalità maggiormente attive che assumendo ruoli protagonistici potrebbero coartare quelle più passive e limitare agli altri partecipanti la libertà di espressione emotiva e di legittimità del proprio vissuto. Oppure, un partecipante potrebbe essere visto – e magari stigmatizzato – come “quello da aiutare” o “quello debole” e diventare bersaglio di azioni “terapeutiche” o di salvataggio, sbilanciando così la pariteticità del gruppo.

Una resistenza frequente nei gruppi di intervisione è rappresentata dal pregiudizio che un “pari” non possa essere veramente d’aiuto, perché se ha lo stesso problema vuol dire che non ha saputo risolverlo e se non ce l’ha allora non lo conosce e quindi il suo contributo è inutile.

La difficoltà maggiore nell’affrontare il processo di intervisione è proprio quella di evitare le questioni tecnico-metodologiche, perché l’ansia di “non dover sbagliare”… ha rischiato spesso di portarci sulla strada del “cosa si deve o non si deve fare” invece di stare sulla dimensione emotiva derivante dal “fare”.

Come si è detto, la pariteticità nel gruppo è una condizione più psicologica e mentale che concreta, nel senso che “porsi sullo stesso piano” è un modo di mettersi in relazione e non una condizione definita da una qualche gerarchia professionale. Per questo non è necessario che tutti i componenti del gruppo di intervisione abbiano la stessa esperienza o la stessa formazione, ma che si pongano in una condizione di apertura verso l’altro, essendo consapevoli delle proprie preconcezioni e sapendole mettere da parte, co-costruendo una premessa comune per quel gruppo e sapendo quindi essere “presenti a quel contesto”; senza dimenticare ciò che si porta con sé dalla propria formazione (sarebbe impossibile), ma con la giusta disponibilità mentale ad utilizzare ciò che serve della nostra “storia professionale ed emotiva” e ciò che ha senso per quella situazione e per quel momento.

Dire questo non significa improvvisare una qualche forma di condivisione, senza professionalità, al contrario significa proprio avere una coscienza etica e del mestiere talmente profonda da non doversi ammantare di tecnicismi ed atteggiarsi a risolutori di problemi perché si è in grado di stare sulle insicurezze proprie e altrui (v. il concetto di “capacità negativa” in Bion) senza sentirsi minacciati nella propria identità di terapeuti, operazione ovviamente difficilissima per chi è alle prime armi, ma da avere sempre presente come obiettivo di un processo di intervisione.

Per questi motivi costruire un gruppo di intervisione, portarlo avanti e trarne beneficio emotivo è un’operazione molto delicata e complessa in cui ogni passo è fatto con l’aiuto dell’altro e in cui il rischio di inciampare è altissimo; necessita inoltre di una grande capacità di coordinazione, di rispetto degli spazi e di empatia.

Il ruolo del facilitatore

Come si è detto, negli incontri di intervisione non c’è un conduttore di gruppo né un supervisore, bensì un facilitatore che agevola il dialogo nel gruppo e l’emergere delle dinamiche che gli operatori si trovano a gestire nel loro lavoro di cura. Il facilitatore usa a questo scopo il pensiero associativo-analogico, lasciando poi che il materiale così emerso venga gestito direttamente dai partecipanti.

Nei gruppi di inter-visione destinati al supporto delle équipe di lavoro in ambito socio-sanitario il facilitatore

  • è di solito un consulente esterno, che, nel tempo, può essere sostituito da un membro del gruppo sotto la sua supervisione
  • aiuta un gruppo di lavoro a comprendere gli obiettivi comuni e a pianificare come raggiungerli, in particolare ad affrontare i casi e le situazioni difficili
  • ha un ruolo “neutro” e non-direttivo poiché, diversamente da un “supervisore” non assume una particolare posizione da “esperto” nella discussione, non guida il gruppo in una direzione definita, non dà giudizi né interpretazioni

Le sue funzioni essenziali sono

  • Coordinare – il facilitatore è un organizzatore
  • Coinvolgere – il facilitatore è un comunicatore
  • Aiutare – il facilitatore è un agente di aiuto
  • Attivare – il facilitatore è un motivatore

1. COORDINARE. (AREA dell’ORGANIZZAZIONE)

Costruire un setting, un contesto composto da un duplice orientamento che valorizzi le azioni (il compito) e le relazioni (le persone). Nello specifico:

  • Assicurare la partecipazione delle persone
  • Strutturare contenuti, modi e tempi
  • Spingere al lavoro di gruppo
  • Creare climi più accoglienti e meno severi
  • Definire compiti, decisioni, piani di lavoro

2. COINVOLGERE. (AREA della COMUNICAZIONE)

Attraverso il coinvolgimento dei membri del gruppo favorire una comunicazione inclusiva e “circolare”, che nel processo di scambio interpersonale e gruppale aggiunga alle prospettive personali la “prospettiva dell’altro”, per un sistema fondato sul feedback e sulla negoziazione relativamente alle parole e ai fatti. In particolare:

  • Parlare in modo circolare, con più cambi di turno
  • Attivare il “ponte” sé-altro
  • Ascoltare e favorire l’ascolto anche in condizioni difficili
  • Sollecitare punti di vista diversi, feedback
  • Gestire i conflitti in modo costruttivo e negoziale
  • Stimolare la parola genuina, concreta e non esibizionistica

3. AIUTARE. (AREA dell’EMOZIONE)

Promuovere il concetto di emozioni come risorse – anche nel caso delle emozioni negative – e il vantaggio potenziale dell’accettare momenti di difficoltà, di incertezza e di disagio, la cui esplorazione condivisa può arrivare a trasformare le negatività e le resistenze in possibili passi di coinvolgimento, di sviluppo e di guida all’azione. In pratica:

  • Mettere in conto le negatività (bio-psico-sociali)
  • Riconoscere la centralità delle emozioni
  • Accogliere, contenere e trasformare le difficoltà
  • Incoraggiare la capacità di stare nell’incertezza senza ricorrere ad azioni o spiegazioni di comodo (cfr. “capacità negativa”, Bion)
  • Far nascere dal negativo qualcosa di utile per curare sé, l’altro e il gruppo

4. ATTIVARE. (AREA dell’APPRENDIMENTO)

Attivare nel gruppo la partecipazione delle idee e la concretezza delle azioni e dei risultati, motivando i membri a sviluppare il desiderio di conoscenza e l’apprendimento basato sull’esperienza e sui fatti, incoraggiando forme di mobilizzazione dinamica “dal basso” che apre la strada a nuove capacità e saperi. Di fatto:

  • Aumentare gli apprendimenti di gruppo, anche dagli errori
  • Creare ponti tra saperi teorici e azioni pratiche
  • Aiutare a stabilire programmi fattibili e a concretizzare piani di azione
  • Verificare l’avanzamento dei lavori
  • Facilitare i processi collettivi e i gruppi di pratiche
  • Stimolare la creatività

In definitiva le competenze di base di un facilitatore possono essere riassunte nei termini che seguono:

a) La capacità di gestire un gruppo di lavoro e di comprenderne le dinamiche essenziali

b) Un certo grado di esperienza del contesto e del contenuto lavorativo che caratterizzano il gruppo

c)  La capacità di usare il gruppo come un “contenitore” solido, illuminato, sicuro e trasformativo per accogliere le emozioni dei membri e utilizzarle per l’apprendimento

I facilitatori sono sostenuti nel loro compito dal confronto con supervisori qualificati.

Lo “spirito” e il processo del gruppo di intervisione

Nel gruppo di intervisione il gruppo è al servizio di chi presenta il caso: sia i pensieri, le riflessioni che le risonanze emotive costituiscono una preziosa cassa di risonanza per il presentatore che in prima battuta viene stimolato dal gruppo a ri-considerare il caso con occhi e accenti emozionali diversi dai suoi, con lo “sguardo dell’altro”. Come si è detto l’obiettivo è quello di fornire a colui che ha presentato il caso un contributo utile a ri-pensare la relazione con quel dato paziente o con altri soggetti del processo di cura sotto il profilo sia dello scambio emotivo sia dell’approccio clinico in generale; pareri e consigli tecnici non sono vietati ma nemmeno incoraggiati, mentre non sono ammesse polemiche o giudizi critici.

Una volta chiariti al gruppo questi punti preliminari nell’incontro di avvio il facilitatore potrà illustrare le diverse fasi di articolazione del lavoro secondo un programma di questo tipo:

  • Presentazione del caso: 10/15 minuti
  • Domande, richieste di chiarimento da parte dei partecipanti: 15 minuti
  • Discussione del caso nel gruppo (escluso il presentatore): 40 minuti
  • Commenti del presentatore: 5/10 minuti
  • Feedback del gruppo e confronto finale: 10/15 minuti

Oltre al compito di incoraggiare il dialogo e regolare lo scambio di pensiero nel gruppo il facilitatore avrà quello di verificare il rispetto rigoroso dei tempi e più in generale del format. Ad ogni incontro saranno discussi 1 o 2 casi secondo il suddetto programma.

La prima fase del lavoro di un gruppo di intervisione – quella in cui il presentatore racconta la sua esperienza – somiglia molto a quella dell’accordatura degli strumenti prima di un concerto che però, in questo caso, consiste nel “suonare il proprio strumento” in base alla “nota” fornita dal presentatore. Nel primo “giro” di commenti i membri del gruppo sono sollecitati a esprimere quanto più liberamente possibile ciò che la presentazione ha evocato in loro. Tranne che non venga violata la fondamentale consegna iniziale di astenersi da critiche, giudizi o interpretazioni, è del tutto sconsigliabile che il facilitatore intervenga in alcun modo in questa prima fase, mentre è del tutto auspicabile che intervenga la maggior parte dei partecipanti. Ovviamente, a causa della grande differenza nei vari modi di approccio al caso (la più significativa riguarda la dimensione cognitiva-emotiva), questa fase è piuttosto confusiva e va tollerata in quanto tale, resistendo alla tentazione di ricorrere a teorie o spiegazioni difensive che cercano essenzialmente di eliminare i sentimenti di incertezza.

Piuttosto il facilitatore non deve perdere di vista il fatto che l’interlocuzione deve svolgersi fra i membri del gruppo e non orientarsi verso il presentatore come talvolta accade, in particolare in quei casi in cui qualcuno ritiene di avere precisamente inquadrato la situazione e si offre di fornire subito la sua soluzione al presentatore. In sintesi, ancora una volta: il contributo più utile è sempre quello fornito dal lavoro del gruppo.

Nella fase successiva – dove il presentatore si apparta momentaneamente dal gruppo – da un lato si attivano le risonanze e le riflessioni su quanto è scaturito nella prima fase, dall’altro (talvolta ma non sempre) alcuni partecipanti improvvisano per così dire dei duetti o trii basati su una qualche sintonia di vedute o di vissuti. Se da una parte va assolutamente assecondato e favorito da parte del facilitatore il libero confronto che si sviluppa in questa fase di dialogo interno, d’altra parte la tendenza a convergere sia verso qualcuno con cui si conviene sia verso chi tende ad assumere una leadership va assecondata solo a condizione che vi sia l’evidenza che quell’aggregazione possa coinvolgere la maggior parte dei partecipanti. Dunque in questa fase il facilitatore è in buona sostanza un regolatore del traffico, volto ad evitare situazioni che producano “ingorghi”: se il traffico scorre il presentatore inizia ad incamerare i primi spunti emersi dal gruppo. Oltre a questa importante funzione regolatoria, il facilitatore in questa fase potrà limitarsi a segnalare e commentare qualche reazione “controtranferenziale” dei partecipanti che possa favorire la comprensione di un qualche aspetto del caso presentato.

Nella parte finale del confronto il gruppo è animato dall’esigenza di mettere a fuoco e in qualche misura condividere ciò che possa risultare utile al presentatore del caso. Questo bisogno di “ricucitura” costituisce più una necessità di rassicurarsi sull’utilità del lavoro svolto di quanto non sia di effettiva chiarificazione per il presentatore. A questo riguardo è bene che il facilitatore abbia sempre ben chiaro che è davvero molto difficile prevedere cosa il presentatore “si porta a casa” dal lavoro del gruppo, persino quando egli stesso è convinto di sapere a cosa il gruppo sia approdato. Proprio per questa ragione è molto importante che al presentatore sia lasciato un congruo spazio per restituire al gruppo ciò che ha appreso durante l’esperienza.

In quest’ultima fase è il facilitatore ad essere al servizio del presentatore aiutandolo, se è il caso, a mettere a fuoco ed eventualmente a raccordare gli stimoli e le riflessioni che ha recepito e rimandato al gruppo.

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NOTA: Trattandosi di interventi di “manutenzione ordinaria” del ruolo curante e di prevenzione dello stress lavoro correlato i gruppi di intervisione dovrebbero essere disposti e finanziati stabilmente dalle organizzazioni sanitarie.

Osservazioni sul facilitatore

Il facilitatore indubbiamente deve evitare di interpretare la dinamica del gruppo, di fare emergere cosa accade nel qui e ora del gruppo, le dinamiche nascoste… non deve svelare niente – anche se in qualche occasione ciò che accade nel gruppo può aiutare a comprendere qualche aspetto del problema di cui si sta parlando. Il focus dell’attenzione del facilitatore non è né sul presentatore del caso né sul gruppo ma su ciò che ritiene possa essere utilmente messo a disposizione del presentatore da quanto via via emerge dai contributi del gruppo, nella consapevolezza che, come si è detto, alla fine sarà il presentatore a valutare cosa portarsi a casa dall’incontro.

La sua posizione è quindi piuttosto ai margini che non dentro il processo: non a caso stiamo usando l’espressione “facilitatore” e non “consulente”.  Nella nostra esperienza spogliarsi dei panni del consulente/conduttore per entrare in quelli del facilitatore non è facile come può sembrare: in teoria se il gruppo funzionasse fluidamente come un sistema di auto-mutuo-aiuto il facilitatore potrebbe anche non esserci, sebbene la sua competenza riguardo agli aspetti emotivi impliciti nella relazione curante/paziente – non quelli propriamente inconsci ma piuttosto quelli celati, non-detti o poco consapevoli – possa risultare un utile sussidio per rendere i contributi del gruppo più fruibili per il presentatore. Quindi risponderemmo proprio di sì alla domanda: “ci si concentra sulla fenomenologia delle emozioni senza bisogno di comprenderne l’origine nascosta?”

Il facilitatore infine dovrebbe evitare di fare riflessioni di buon senso quotidiano (un po’ banali anche se magari consolatorie) e mettersi invece al servizio di una importante funzione del gruppo, apprendere dall’esperienza, confidando che non ne mancherà l’occasione.